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18 gennaio 2013 5 18 /01 /gennaio /2013 12:02

Opera di Maxs Felinfer - Olio su tela - 50 x 70 cm (Olanda 1982)

 

amsterdamPer quale motivo dobbiamo crederci, per quale logica ragione questa volta le promesse saranno mantenute?
Sono ancora lì, tutti, gli stessi, quelli di prima e quelli recenti, tutti quelli che ci hanno ingannato facendoci sprofondare nella disperazione, stanno lì, con faccia languida a chiederci ancora di ridare loro fiducia. Vogliono farci pensare che solo loro ci possono salvare, che loro hanno le ricette giuste, cosa importa se gli unici a pagare saremo ancora noi.
E’ ovvio che ci considerano proprio stupidi. Ci ricattano, ci infondono paura, ci dicono delle falsità inaudite e noi paralizzati, senza reazioni all’altezza della situazione. Siamo terrorizzati di perdere tutto. Tutto cosa, signori? La casa? Abbiamo passato gran parte della vita a pagarla e adesso paghiamo il pizzo allo stato per poter abitarci. La macchina? Ormai è vecchia, presto dovremo pagare per farla portare via dallo sfasciacarrozze. Il televisore, sul quale dobbiamo pure pagare il pizzo, per vedere i programmi dai quali i politici perpetuano l’architettura del colossale inganno? Il frigo? La cucina? La lavatrice? Ci ricaveranno sì e no il costo del trasporto fino allo sfascio. E poi, abiteranno in mille case ciascuno, cucineranno con migliaia di cucine ogni giorno. Viaggeranno in una macchina diversa per ogni isolato.
A questo punto una domanda mi sorge spontanea: come pensano di continuare a rubare nel modo sfacciato in cui hanno fatto fino ad ora se nessuno più pagherà più un soldo? Moriremo? Sì, non ho mai pensato di essere eterno, e molti sono morti prima di noi lottando per lasciarci una società che avesse conto dei deboli, dei bambini, dei malati, e oggi con la sfacciataggine di questi ladri criminali tutto si sta perdendo e noi a discutere se questo è meglio di quell’altro.
E’ ora di pensare, invece, alle cose che ci fanno incazzare, ad esempio quando uno si portò a passeggio la famiglia nell’aereo presidenziale, o quell’altro pagò il matrimonio con soldi pubblici e quello pagò l’amante; pensare alle auto blu con autista per portare la moglie dall’estetista …
Mi fermo qui, perché le notizie al riguardo sono tante, e tutti le conosciamo.
Perciò è ora di dire basta, basta, basta. Andiamo a raccogliere funghi, castagne e prendere qualche pesce, vedremo come se la caveranno.

di Maxs Felinfer - "Sensibilizzare l'uomo migliora la salute della società"

 

PARTIRE

Andare via
con le poche cose
che davvero importano.
Lasciare tutto,
la sicurezza di un tetto,
il povero piatto di pasta
che ogni giorno ci sfama,
un lavoro, se c’è,
che basta solo per pagare le tasse …
Portarsi dietro ciò che si ama,
attraversare con cautela
quel fiume sporco,
e non guardarsi indietro.

 Di Patricia Vena

 

 

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21 aprile 2011 4 21 /04 /aprile /2011 09:34
TIZIANO TARLI
 
ARCHI CAFè
Dopo il successo dell'anno scorso, sabato 23 aprile riproponiamo Kill the easter party vol. II
Ingresso rigorosamente gratuito!!!
dalle 23.30 all'alba r'n'r-northern soul-50'-60'-70'-glam-new wave-grunge-brit pop-italian hits and much more by bunny tiz, eggy rak, lelli picone
vi aspettiamo!!!
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12 maggio 2010 3 12 /05 /maggio /2010 09:10
Edizioni a stampa di EmanueleNapolitano
Francesco Petricca
Fabio Scacchioli
Rakele Tombini
Chiara Tommasi

 

   
 

Edizioni e stampa a cura di Roberto Pace

testo di Fabrizio Pizzuto

   

 

Inaugurazione mostra: sabato 15 maggio 2010, ore 19:00
Luogo: LaPortaBlu Gallery
Indirizzo: Arco degli Acetari 40 , 00186 Roma
Durata: Fino al 29 maggio

orari: dalle 17:00 alle 20:00 dal Martedì al Sabato

   

 

 

LA PORTA BLU EDIZIONI  privilegia un’idea di qualità complessiva del percorso che conduce alla stampa finale, unita ad una attitudine alla sperimentazione di nuove soluzioni in stretta collaborazione con gli artisti, presentandosi come una collezione in divenire strettamente legata all’attività espositiva della galleria.

Tutte le grafiche sono editate in una tiratura limitata a 12 copie numerate e firmate dall’autore,  siglate  ognuna  “la porta blu edizioni” e accompagnate da una  dettagliata scheda tecnica.
Al costo contenuto della grafica, che favorisce la possibilità di collezionarla, si associa, nelle nostre intenzioni,  l'offrire all’acquirente una sorta di distillato prezioso del lavoro di un artista e contemporaneamente lo stimolare la creatività dell’autore aggiungendo una dialettica importante interna al suo operare.
             
La seconda stagione (piccolo intervento critico)
A conclusione di una Seconda Stagione che ha visto alla Porta Blu l’attenzione concentrata sulle installazioni e sulle video installazioni, nonché un corso di storia del pensiero video, presentiamo per la seconda volta il progetto LA PORTA BLU EDIZIONI, che vede la stampa da matrici originali di 5 lavori editi in 12 esemplari e ottenuti tramite un ampio ventaglio di tecniche di riproduzione. Per questa stagione abbiamo selezionato 5 video-artisti.
Il curatore Roberto Pace scrive: “Come avevamo puntualizzato l’anno precedente, non si tratta più di moltiplicare, come accadeva nel passato, il numero delle copie allo scopo di diffondere la conoscenza di un’opera - qualità intrinseca al mezzo tecnico e all’uso del video che fanno i nostri autori - ma piuttosto di approfondire, accentuare e rivelare la capacità di un’immagine di provocare in noi delle reazioni più acute, raggiungendo questo effetto provocatoriamente proprio là dove, rinunciando ad una temporalità e moltiplicazione (di frame) effettive, si possa perderne il senso”

Moltiplicare un’immagine significa per me in prima istanza (e per istanza alludo all’impulso procedurale con cui si chiede ad esempio di adottare provvedimenti al fine di realizzare propositi rimasti inattuati), di togliere l’aura di unicità a quell’immagine.
L’unicità non è di per sé un concetto di valore che dà una garanzia qualitativa, ma è la base commerciale dei nostri tempi, ancora oggi. La pietra più costosa è la pietra più rara, i granchi rosa, benché siano solo un errore buffo, sono introvabili quindi costosi, eccetera.
Benjamin definiva l’aura che circonda l’opera d’arte come “un singolare intreccio di spazio e di tempo: l’apparizione unica di una lontananza, per quanto possa essere vicina” e ne auspicava la morte con l’avvento della fotografia e dei mezzi di riproduzione tecnica.
Morte che oggi vediamo come paradossalmente inattuabile.
I nuovi mezzi sono tuttavia e devono essere indissolubilmente nuove possibilità.
Nel proporci un’operazione di riavvicinamento al pubblico del lavoro artistico, abbiamo affidato la seconda edizione della rassegna a chi l’immagine la pensa da sempre solo narrativamente e in funzione di riproducibilità: i video artisti.
Si tratta dunque non solo, per dirla ancora con Benjamin, di “rendere le cose spazialmente e umanamente più vicine” , ma anche di far evolvere le cose trasformandole in visione precipua, più che in visione semplicemente moltiplicata.
I 5 video maker concentrano qui le loro poetiche sull’immagine ferma, ma il lavoro rimane gioco forza concentrato sull’operazione, più che sull’immagine stessa.
L’operazione immaginata dagli artisti diventa dunque il pretesto per sviluppare una sorta di narrazione ferma, ferma nell’immagine, mobile nello stato del pensiero.
Le immagini pensate si muovono giustificando la riproducibilità con un salto semiotico.
Il lavoro viene pensato in base all’idea di moltiplicazione e non il contrario, ossia la moltiplicazione in base al lavoro fisso dell’artista, poiché in questo caso il secondo esempio non esiste.
Roberto Pace scrive: “Naturalmente la ripetizione e il tempo sono elementi che dal video passano nelle edizioni in modo metaforico, un travaso che è stato potenzialmente sempre a doppio senso, e la scelta tecnica  ha coinciso con un percorso che nel 2009 era stato marcato dal moltiplicare un’immagine e quest’anno, all’opposto, dal fermarne una che avesse in sé, nel suo ipotizzato funzionamento, il flusso visivo-mentale della videoinstallazione.”

Fabrizio Pizzuto

 

 

LaPortaBlu Gallery
Arco degli Acetari 40
00186, Roma
tel 06 6874106
cell 3929153848
www.laportablu.it
laportablu@laportablu.it

La Porta Blu - Associazione Culturale ONLUS - via del Teatro Valle 27- tel 06 6874822

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16 aprile 2010 5 16 /04 /aprile /2010 09:25

MOSTRA DI MAXS FELINFER NEL "TEATRO DI MADRID"IMG10239

 

  Certe volte, nel girovagare del carosello, accadono delle  
  cose inaspettate. Non avendo avuto nessuna informazione 

  diretta dell'evolversi dell'inaugurazione della mostra, poiché

  Maxs è arrivato al giorno dell'apertura con 40° di febbre

  e non ha potuto essere presente, ecco qui che il giorno

  dopo arriva una mail  dalla Argentina, di un'amica 

  raccontandoci che i suoi amici di  Madrid  avevano visitato

  la mostra, lasciando al fotografo  i loro commenti. Cioé, le

  impressioni della mostra sono partite dalla Spagna,

  passando per Argentina per arrivare a noi in Italia due giorni

  dopo. Saranno gli effetti della globalizzazione?

 

Patricia Vena

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4 marzo 2010 4 04 /03 /marzo /2010 10:38

PortadaAtticus.jpgCOMMENTARI E PUBBLICAZIONIARTE-PARTE









































"Alejandro Schmitt è un pittore, anche se i suoi percorsi professionali nella fotografia gli hanno conferito grande libertà nelle composizioni, nelle inquadrature. Il tratto dimostra una sicurezza pittorica chiara, accentuata dalle grandi dimensioni della sua opera. I suoi colori ci portano verso una natura vigorosa: azzurri, ocra, cenere danno forma ad un paesaggio maltrattato che, nelle sue ferite, materializza la sua superbia sopravvissuta."

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24 febbraio 2010 3 24 /02 /febbraio /2010 16:04

"Non ce ne siamo andati"

 

Fin dalla lettura dei primi versi, la poesia provoca un’emozione inenarrabile, ti fa navigare in un mare di sensazioni meravigliose, in cui il senso di solitudine  viene sopraffatto da un immenso sbigottimento di umanità e di eternità.

La lirica è permeata di un velato ottimismo, poiché , a differenza di Montale, che asserisce che il tempo cancella ogni cosa, l’autrice spera che i suoi concittadini la rimembrino insieme a Maxs in ogni angolo del suo paese natio, forse inconsciamente spera che ciò possa avvenire,  perché loro hanno lasciato e lasceranno opere indelebili. Foscolo asseriva che saranno immortali solo coloro che hanno compiuto grandi azioni.

L’eternità è questa , la realtà immanente che si proietta nel trascendente umano.

 

La poesia si divide in tre parti: nella prima trapela la nostalgia del proprio paese, della natura in tutti i suoi aspetti, estate,autunno, soffio del vento, corrente del fiume, espressioni scarne, ma essenziali, in cui la sinestesia e l’uso dell’asindeto fanno diventare lirico un lessico  comune, con cui si dipinge un quadro con contrasti di luci e ombre, (strade ardenti-notti tristi), di movimento(soffio del vento ) e calma (Caldo della siesta ).

Nella seconda parte appare la speranza di essere rimasti nel cuore di coloro che hanno lasciato e il desiderio di rivivere i momenti di ieri, che provoca loro sfinimento e angoscia, perché, forse, si rendono conto che è un sogno irrealizzabile

Nella terza prevale preponderante  l’emotività e la nostalgia ,non più proiettate all’esterno,ma intime,che scuotono l’anima del poeta: un suono,  un profumo, un colore risvegliano come Proust, ricordi che non possono essere dimenticati . L’ultimo verso è drammatico perché evidenzia la caducità dell’esistenza.

Questo canto è esemplare per la valorizzazione e l’essenzialità delle  parole, è un canto dell’ anima di sentimenti soggettivi , ma che diventano universali perché colpiscono ogni cuore.

L’evocazione del paese natio assume una dimensione illimitata,sembra la descrizione di una terra promessa, che ognuno vorrebbe ritrovare, le immagini fotografiche che si susseguono, accentuano questa suggestione.

Le ipnotiche iterazioni delle locuzioni “non ce ne siamo andati” “siamo rimasti un po’” è un’eco drammatica di speranza, di angoscia,  di nostalgia che abbraccia tutti gli emigrati del mondo e anche tutti i comuni mortali, che dovranno prima o poi lasciare questa terra.

E’ senz’altro una delle poesie più suggestive dell’intera produzione poetica di Patrizia Vena.

 La traduzione italiana rispetta mirabilmente la cadenza del testo spagnolo, ove la scomposizione del verso mette in evidenza il valore e il significato delle   

parole, rendendole suggestive e musicali.

                                                                                 Iginia Bianchi

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21 febbraio 2010 7 21 /02 /febbraio /2010 11:39

36-08.JPGObiettivi dell'opera "PASSATOFUTURO"
 L’opera d’arte, strumento espressivo iniziatico nell’uomo, tende un ponte verso la nostra interiorità svelando aspetti che ci sono sconosciuti sino a quando, nel travaglio di realizzare l’opera costruiamo un calidoscopio che ci ridà pezzo a pezzo, aspetti di noi stessi.
La crescita interiore, la serenità, la consapevolezza di sé sono stadi che si raggiungono, e i ponti che ci porteranno fino ad essi dovranno essere costruiti, se necessario, con le macerie del passato. Sarà importante, in questo evento trascendente, avere la massima lucidità per capire l’entità del nostro impegno.
Quest’idea pretende di prolungare la vita di un pezzo di futuro già scartato e di esibirlo, affinché l’osservatore possa comprendere l’assoluta superficialità con cui tale gesto è stato compiuto. La pretesa non è quella di sacralizzare o mistificare una scheda di computer probabilmente funzionante o un rubinetto al quale basterebbe cambiare la guarnizione, ma di allertarci riguardo un andamento del nostro tempo che tende a mettere l’uomo nello stesso scomparto del pezzo di computer scartato. Non é affatto semplice, una volta acquisito il vizio della pigrizia vitale, reagire al degrado della nostra propria condizione umana. Contempliamo impassibili come i più importanti pregi dell’essere si mercificano inesorabilmente.
E' compito dell’arte dare l’allarme. Non soltanto per evitare che le persone vengano trattate come rifiuti negando loro la propria dignità, ma per svegliarle dal letargo che fa di loro degli esseri superficiali, incantati dai fuochi d’artificio che la modernità propone senza sosta. Questo basterebbe per riattivare quell’energia essenziale che é alla base della creazione, della comunicazione, del senso più alto dell’esistenza stessa.
Non bisogna essere così qualunquisti da pensare che l’opera quì presentata sia per sé stessa il totale arco del pensiero appena abbozzato, ma è pur sempre un inizio. Per arrivare in Cina è necessario dare un primo passo che in verità non ci sposta poi così tanto dal marciapiede di casa. Tutto il resto verrà come conseguenza dell’esercizio che questo meccanismo decisionale comporta.
Più dignità conferiremo a tutto ciò che ci circonda, maggiore sarà il rispetto con cui verremo trattati.
Più sensibilità avremo nella comprensione degli atti della vita, maggiore sarà la serenità che caratterizzerà la nostra esistenza.
Più conosceremo noi stessi, più diritto avremo di ritenerci parte dell’universo.
-Maxs Felinfer

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20 febbraio 2010 6 20 /02 /febbraio /2010 09:59
Il disagio vissuto dai personaggi de "gli altri racconti" di Patricia Vena è costante, spesso inconsapevole, a volte brutalmente irridente alle peculiarità della ricerca individuale verso una equilibrata ed armonica spiritualità. Un disagio oscuro. Eppure sorprendentemente familiare, impenetrabile e per questo tanto più spaventoso, che subito si traduce in necessità di fuga. È fuga dal reale e dall'immaginario, dove i due piani potrebbero assolutamente confondersi e dove la corsa si scatena prima dell'intervento arginatore della ragione. Tutta l'energia spinge il corpo fuori città dove "alberi", "pascoli" e paesaggi nuovi non liberano la mente dai fantasmi e dagli incubi del passato.
La solitudine e l'incomunicabilità pervadono in forma diversa ogni storia, ogni personaggio, fino a rendere possibile la lettura dei racconti come un susseguirsi di episodi di un unico soggetto. Si configura un essere prigioniero dell'immagine, tanto rigida quanto incrinata dalla consapevolezza che affiora soffocante, non più sostenibile. L'individuo si trova di fronte all'alternativa tra la resa totale o la scelta, terrificante e inderogabile, di arrestare la fuga, prepararsi ad accettare la realtà e con estremo atto di coraggio entrare in se stesso e guardare...
Gli "altri racconti" compongono uno spaccato di vissuti, che si integrano, complementandosi a vicenda, con la "storia al presente", la lucida e graffiante cronaca dello sradicamento vissuto in prima persona; delle difficoltà di attecchimento nella terra degli antenati, stranieri ai protagonisti che qui sono arrivati anche alla ricerca delle radici. Una terra con loro indifferente. I personaggi, che prima apparivano come precise raffigurazioni simboliche di un disagio esistenziale tanto comune in Occidente, assumono di colpo connotati più precisi: quelli dell'uomo il cui istinto di libertà combatte per non annullarsi nella società governata dai generali con il terrore. Elementi che prima apparivano quasi secondari colorano di nuova forza espressiva l'atmosfera dei racconti. Il pericolo non è più solo a livello spirituale ma è anche fisico, molto più pressante, e il bisogno di sottrarsi alla negazione di sé diviene un "mitico tam-tam selvaggio che batte nelle orecchie durante la corsa". Tanto più duro si rivela l'impatto con una società omologante che ha già ritagliato un ruolo tra gli ultimi a chi per qualsiasi motivo si trova a dover emigrare in Italia. Improvvisamente l'esperienza della solitudine e dell'incomunicabilità, non abita più, sottile e pure dolorosa, nelle simboliche rappresentazioni della mente. Adesso è una barriera assolutamente concreta che non parla solo con gli occhi spalancati
dell'arrivo nell'aereoporto di Fiumicino, con sotto il braccio un'agenda piena di indirizzi di gente sconosciuta, "amici di amici, conoscenti di parenti, possibili contatti", tra gente che cammina velocemente, parlando una lingua diversa dal dialetto dei nonni. La disperata solitudine dell'umanità degli "altri racconti" si ripropone come un continuum. Dall'incertezza economica, nell'incubo della perenne minaccia del ritorno dei torturatori, alla nuova realtà italiana, si presentano inquietanti parallelismi.
È in questo continuum, nei crudi parallelismi tra le diverse realtà socio-politiche-economiche, l'una storicamente autoritaria e populista e l'altra, ancora giovane democrazia, che risiede la perturbante attualità della "storia al presente", una mirabile testimonianza della irreparabile lacerazione che si produce nell'individuo che, per qualsiasi motivo, ha scelto di emigrare.
..........................................................................................................................................ANGELO GABRIELLI.
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18 febbraio 2010 4 18 /02 /febbraio /2010 15:01
“NOSTALGIAS” DI PATRICIA MONICA VENA ED. UNIVERSUM, TRENTO, 2001 EURO 9,90
di Anna Cecilia Poletti

Magari molti non li ricordano, Maxs e Patricia, ma forse qualcuno rammenterà un bel momento di poesia, al cui compimento concorsero un gruppo di bravi attori e un grafico, pittore, poeta nell’anima che fece da regista e da scenografo e, con una semplice seggiola impagliata e un raggio di luce, ci fece dimenticare i nostri poveri mezzi d’ospitalità.
Passando in questi giorni di maggio davanti alla nuova sede della libreria “Rinascita”, salta agli occhi il manifesto di una mostra di pittura: l’artista è proprio lui, Maxs Felinfer; titolo della mostra “Navi come uomini”.
Sono passati più di dieci anni da quando ci siamo conosciuti e non posso fare a meno di sentirmi incuriosita. Entro e resto attonita di fronte al cambiamento: navi incagliate, arrugginite, bloccate nella sabbia, fra gli scogli, tutte, indistintamente, con la prua rivolta verso di me, come dita di giudice. Non si può fare a meno di spostare l’attenzione fuori dal quadro e domandarsi cosa ci sia mai qui, nel punto in cui mi trovo, capace di irretire, di pietrificare.
Maxs mi riconosce, mi saluta, mi chiede che ne penso ed io quasi con supplica: “Maxs! Non portano più da nessuna parte queste navi...” lui mi risponde: “Già...” ma sorride. Mi saluta con un invito per il sabato successivo: la presentazione dell’ultimo libro di sua moglie Patricia, “Nostalgias”.
Rispondo con un “Grazie” ma so già che ci andrò: c’è qualcosa che chiama in quella mostra, ci sono delle domande che esigono risposta, c’è un vuoto al centro di quel circolo di prue che stuzzica tutta la mia curiosità.
La presentazione è ben condotta: entusiaste e coinvolte le relatrici, bravi gli attori e seducenti le musiche di Piazzolla. Patricia, assolutamente disarmante: schietta e semplice nel suo porsi del tutto naturale in un argomento che è stato degli immortali della letteratura come di tutte le forme d’arte.
Perché la nostalgia, in tutte le sue sfumature (di ciò che si è perso, di ciò che non si è mai avuto, delle cose e delle persone lasciate e di quelle che ci hanno lasciato, di quello che siamo stati e di quello che avremmo potuto essere) è un motore, come lo sono tutti i sentimenti: l’entusiasmo, la passione, l’amore, la fede. E, come tutte le emozioni, è patrimonio comune a molti uomini: chi sente di poter far suonare una corda del proprio animo la lascia vibrare in attesa che qualcuno si sintonizzi con essa. È quello che è capitato alle Nostalgie di Patricia: un libro nato con intento catartico che diventa consolazione per chi legge, come trovare un volto amico fra gli sconosciuti.
Il libro, strutturato nella forma tripartita narrativa, epistolare e poetica, è l’analisi delle più sottili sfumature che può assumere il sentimento di chi compie la scelta di lasciare la patria, gli affetti, il proprio modo di essere, la propria realizzazione personale, ma è anche la storia di chi, attraverso quel sentimento, capisce più in profondità chi è, conosce la nostalgia come caratteristica del proprio essere e supera il dolore. È la storia di un amore che cresce in proporzione geometrica: due patrie, due culture, due modi d’essere.
Sentire l’amore che si sposta dal dolore di una perdita a una tenerezza, a un affetto, a un’appartenenza nuovi è un messaggio di grande speranza.
Sembra impossibile, a posteriori, constatare che una coppia così affiatata raggiunga sintesi artistiche tanto distanti nel contenuto: l’angoscia di quelle navi rende ancora più dolce la nostalgia di quelle poesie.
Così come dieci anni fa era sorprendente osservare l’ammirazione nello sguardo e nell’atteggiamento silenzioso di Patricia nei confronti del lavoro del marito, così ora è commovente vedere la dedizione di Maxs nel curare i particolari della riuscita della presentazione di questo libro, sempre con quel sorriso meravigliato e un po’ naïf, tanto che viene da pensare che non può esservi disperazione nei suoi dipinti.
E chissà, forse quelle prue non sono dei giudici, ma solo uomini che per un istante hanno fermato il loro cammino e si sono raccolti in cerchio per ascoltare chi cerca un contatto più umano, per ascoltare se stessi, nel profondo delle proprie emozioni, per guardarsi in viso, l’un l’altro.
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18 febbraio 2010 4 18 /02 /febbraio /2010 14:43
1° MANIFESTO SEBLIE 1967
Ho avuto l'urgenza di dire... ho sentito che al di là della mia ragione c'erano altri contenuti ancestrali... ho utilizzato delle forme che al di fuori della mia volontà, acquisiscono senso come linguaggio per esprimere quei richiami dell'inconscio. Per questo , non mi attengo a nessuna formula. Seblie è la liberazione delle mie proprie restrizioni e non una meccanica per richiudere di nuovo con altri limiti quel grido che abbiamo l'urgenza di esprimere.
- Seblie è calore per crescere, è lucidità, caos; è arrivare ai limiti dell'irrazionale. E' tutto quello che emerge dal luogo interiore che A. Breton chiamava "il punto comune delle cose incoerenti": quelle cose dissonanti al nostro sentire abituato all'esteriorità, alla superficialità, a una visione obiettiva, perché forse ormai sentiamo con il battito del mondo quotidiano, seppellendo il piccolo mondo delle cose quasi incomprensibili, belle o terribili, però infinitamente pure.
Maxs Felinfer


2° MANIFESTO SEBLIE 1975
Un'opera d'arte è in se stessa ed è caratterizzata dagli elementi circostanziali: tempo, epoca, spazio e tecnica, i quali però non la elevano al di sopra del suo contenuto, ma agiscono piuttosto sul fatto percettivo. L'opera, originata negli aspetti profondi dell'essere, è imparentata con il fenomeno che produce, nell'arte pitorica la forma visiva. Altrimenti non ci sarebbe un riscontro, lasciando l'opera ridotta a un buio artificio illeggibile, dove rimarrebbe il solo fenomeno. L'aspetto formale sarebbe fine a se stesso. Sovente accade che un fenomeno, in questo caso la forma visiva, è così attraente che sembra portare con sé un contenuto che in verità non esiste. E' questo l'errore in cui potrebbero cadere i "fautori" d'arte, combinando elementi che appartengono alla simbologia generalmente accettata, per realizzare bellezza, tragedia o meno ancora. Il seblismo invece è un atteggiamento non circostanziale, datosi che il contenuto, come manifestazione dell'anima umana, oltrepassa ogni parametro prestabilito di corrente, modalità o moda. L'opera seblista si avvale di ogni linguaggio tangibile, generando con ciò delle modalità che rendono possibile l'esternazione di quanto soggiacce nell'essere, con connotazioni più ancestrali che razionali, mentre i modi culturali socialmente riconosciuti e incorporati, distano da Seblie quanto il vissuto dista dalla matematica. L'opera d'arte deve avere propositi liberatori, deve tentare di prolungare la creatività nei suoi stadi originali senza castrare la sua purezza.
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Maxs Felinfer

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